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MARCE

È una gara di velocità in cui gli atleti non vanno più veloci che possono:
è uno strano paradosso che si basa su due regole non facili da rispettare e sull’influenza di quelli che dovrebbero farle rispettare.

La marcia ha due regole fondamentali: il marciatore non deve mai perdere il contatto con il terreno
(almeno una parte di uno dei due piedi deve sempre toccare terra) e la sua gamba d’appoggio (quella davanti) deve restare dritta e tesa
dal momento del contatto a quello in cui l’altra gamba ne prende il posto (più o meno quando passa sotto il busto del marciatore).
Queste due regole alla base della marcia la rendono una specie di camminata veloce – “race walking” si dice in inglese,
“camminata competitiva” – molto diversa dalla corsa, dove normalmente ci si appoggia su un piede per volta compiendo delle specie di salti tra un passo e l’altro.

La particolare andatura della marcia è però il modo più efficace che negli anni gli atleti hanno trovato per rispettare le due regole cercando allo stesso tempo di andare il più veloce possibile.
In sintesi: le anche e la vita fanno tutto quel lavoro per sopperire all’impossibilità di correre e di alzare entrambi i piedi da terra nello stesso momento.
Muovendo molto i fianchi i marciatori riescono a mantenere basso il loro baricentro e fare passi più lunghi:
lo scopo finale è portare la gamba posteriore il più avanti possibile e il più in fretta possibile.
Ogni passo di un bravo marciatore, visto il modo in cui si ruotano i fianchi, finisce praticamente su una linea retta, esattamente davanti al precedente.

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